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REVIEW: MARINO MARINI @ PEGGY GUGGENHEIM MUSEUM

guggenheim

MARINO MARINI. PASSIONI VISIVE
La ricerca necessaria della forma.
Gli spazi espositivi della Collezione Peggy Guggenheim ospitano, dal 27 gennaio all’ 1 maggio 2018, la prima retrospettiva mai realizzata dedicata a Marino Marini, suggerendo il portato fondamentale della sua personale ricerca artistica pittorica e scultorea all’interno del panorama novecentesco.
Il primo incontro con l’artista proposto dai curatori non avviene tramite la visione immediata delle opere da parte dello spettatore, bensì attraverso la proiezione del documentario “Marino Marini. Vita e immagine”, che rivela fin dall’inizio il fulcro del percorso dell’artista: la presenza di un incessante guardare che deriva da un bisogno intrinseco di ricerca della forma.
Ricalcando questa sua profonda necessità artistica, la mostra si propone di esporre non solo le sue opere, ma anche quelle che hanno costituito le passioni visive di Marino Marini, il cui trasporto profondo per determinate immagini costituiva il punto di partenza, la fonte primaria per approdare a nuove forme e architetture, giungendo infine a quella che l’artista individua come “la soddisfazione ultima dello spirito”.
L’esordio arcaista di Marino Marini si rivela nell’interessante accostamento proposto che vede il Prete mariniano in un silenzioso, ma partecipato dialogo con il Busto di Giovane di uno scultore attivo all’interno della bottega di Andrea del Verrocchio. Il confronto con l’antico continua con la tematica del nudo maschile, proposto qui in termini di forte distacco dalla concezione classica del nudo virile, rivelando dunque una simbiosi concettuale da parte dell’artista, nelle opere Nuotatore e Pugile, con la plasticità ellenistica rivelatrice di sofferenza fisica e di concentrazione interiore.
Il soggetto mitologico dell’Icaro, colto nel momento esatto in cui il corpo precipita nel vuoto, stabilisce un dialogo più o meno consapevole con i crocifissi gotici, e in particolare con l’iconografia del Christus Triumphans, il cui volto, proprio come quello dell’opera di Marini, in alcun modo tradisce la sua cristallizzata immobilità di sentimenti, rivelando soltanto un velato e silenzioso stupore.
La sezione sicuramente più suggestiva è però quella dedicata al nudo femminile, celebrato da Marini Marini nella sua opera Pomona, figura formale assoluta e verginale portatrice di un’arcana rivelazione: il corpo femminile come sentiero che conduce alla rivelazione poetica, ricalcando un τόπος artistico e letterario primordiale ed eterno. La ricerca personale di Marino Marini si accosta al percorso intrapreso da Auguste Rodin, evocato tramite la Musa tragica, stabilendo una connessione profonda che sembra guidare, o suggerire allo spettatore l’ineffabile mistero della figura femminile, tematica che domina molta della produzione artistica del periodo intrecciata in un inevitabile dialogo con il modello classico. La stessa suggestione si ritrova nel percorso artistico di Romaine Brooks, amica di Peggy Guggenheim, protagonista della retrospettiva di Palazzo Fortuny del 2016, la cui venerazione profonda per l’essenza poetica della figura femminile, che tocca il suo apice nell’opera Weeping Venus, sembra in primis dialogare inconsapevolmente con l’opera dell’artista pistoiese e inoltre inserirsi nella linea formale di recupero del classico.
La volontà dei curatori di dispiegare la centralità della tematica del cavallo e del cavaliere trova un perfetto compimento in una delle stanze finali, il cui allestimento suggerisce perfettamente la profonda riflessione portata avanti da Marini sull’ imprescindibile tradizione precedente che si muove tra l’arte greca, etrusca, romana ma anche cinese, medievale, fino ad approdare al Rinascimento e all’epoca moderna. Un’ inconsapevole comunanza di interessi potrebbe essere infatti quella condivisa anche dall’artista russo Vasilij Kandinskij che, proprio come Marini, subì il fascino di questa costruzione formale.
L’esposizione della Peggy Guggenheim riesce perfettamente nell’intento annunciato inizialmente: l’inserimento dell’artista e l’affermazione del fondamentale portato della sua produzione all’interno del panorama novecentesco, ma soprattutto nella chiara delineazione della sua opera come frutto di un flusso costante di suggestioni e dialoghi con le ricerche formali della tradizione e con ciò che contemporaneamente andava creandosi. Questa possibilità è offerta non soltanto dalla visione delle opere dialoganti di altri artisti, ma anche dall’apparato di testi introduttivi che permettono un continuo dinamismo di connessioni, alcune giustificabili e altre quasi immaginifiche, facendo precipitare l’osservatore in una dimensione dialogica totalizzante dell’esperienza artistica.

Lucia Germani

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